29.5.2015

Al Ministro Franceschini.

 L’improvvisata convocazione di una congerie insensata di capolavori dell’arte italiana, provenienti dai luoghi più disparati, nel padiglione fieristico di Expo “Eataly”, è il culmine di due processi che si intrecciano inesorabilmente: la mercificazione e la privatizzazione del patrimonio culturale e la distruzione materiale e intellettuale del contesto. Ed è crudele il paradosso per cui sotto le bandiere della biodiversità si massacra ogni residuo legame delle opere d’arte con il loro territorio.

La raffica di banalizzazioni commerciali irresponsabilmente affidate a un Vittorio Sgarbi è solo la più visibile manifestazione di questa deriva.

Chiunque abbia a cuore il destino del patrimonio artistico italiano non può assistere in silenzio alla spirale che è stata imboccata negli ultimi tempi, con un crescente grado di improvvisazione. Troppi dimenticano o fingono di dimenticare quanto queste opere siano fragili, così come è dimostrato dagli incidenti piccoli e grandi che anche in tempi recenti non sono mancati. Ma al di là del repentaglio cui vengono sottoposte le opere, preoccupa il radicarsi di un atteggiamento diffuso che nel perseguire l’evento a tutti i costi dimentica le vere sfide poste dalla manutenzione e dalla salvaguardia del nostro inestimabile patrimonio: che sono l’aumento e la redistribuzione

di una vera conoscenza fondata sull’innovazione del sapere, cioè sulla ricerca.

Si dimentica che solo dalla conoscenza critica può nascere una vera crescita civile: quel «pieno sviluppo della persona umana» che la Costituzione segna come obiettivo finale della tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione.

La grandezza dell’arte italiana è nel tessuto inestricabile, radicato in un territorio unico al mondo, per cui le opere maggiori e i contesti minori si illuminano a vicenda. Nell’insegnamento quotidiano noi docenti universitari di storia dell’arte cerchiamo di trasmettere ai nostri allievi la consapevolezza di questa complessità, l’importanza di capire le opere in relazione al contesto per cui sono nate, nei confronti specifici che ne rivelano le qualità uniche e irripetibili. Le mostre si stanno imponendo come orizzonte sempre più esclusivo del ‘consumo’ delle opere d’arte, per la fame di eventi che governa la società dello spettacolo: ma non è di queste mostre-zoo che abbiamo bisogno.

Lo sradicamento selvaggio dal contesto delle opere d’arte, considerate alla stregua di meri prodotti da commercializzare, si è fatto sempre più frenetico e irragionevole, e promette sviluppi anche più sconsiderati, su scala globale. Questa deregulation – di cui la kermesse Tesori d’Italia rappresenta un emblema eloquente – deve indurre in tutti un serio esame di coscienza.

Chiediamo dunque al ministro Dario Franceschini di introdurre nel Codice dei Beni Culturali articoli che disciplinino più severamente la movimentazione delle opere d’arte in Italia, garantiscano la tutela dei manufatti più fragili, restituiscano alle soprintendenze l’ultima parola, escludano le pressioni politiche, impongano tempistiche e progettualità, arginino le improvvisazioni dilaganti per cui non mancheranno mai l’imbonitore di turno e il politico complice.

Il grande circo delle mostre rende evidente che la Repubblica non sta affatto tutelando il patrimonio storico e artistico della Nazione: gli storici dell’arte delle università italiane, delle soprintendenze, degli istituti centrali ed enti di ricerca, delle accademie e delle scuole, chiedono fermamente che essa ritorni a farlo.

L’indirizzo a cui far pervenire le adesioni è: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Francesco Caglioti

Andrea De Marchi

 

 

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